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lunedì 24 novembre 2014

Anteprima: Keep Waiting di Tessa M. Salice

Eccomi qua a presentarvi un'altra chicca urban fantasy made in Italy! Ultimamente mi sono capitati vari romanzi sott'occhio appartenenti a questo genere che, ormai lo avrete capito, io prediligo e sono sempre felicissima di puntare il riflettore su opere di nostri autori!
Amori perduti, Unseelie, viaggi nel tempo sono gli ingredienti di Keep Waiting di Tessa M. Salice e già per questo io sto andando in un brodo di giuggiole!!! *_*

Di Keep Waiting non è stata ancora rilasciata una data di pubblicazione ma non appena saprò di più sarete i primi a saperlo! Nel frattempo vi lascio con i dati del libro e alcuni contenuti da leccarsi i baffi! :-D

Keep Waiting di Tessa M. Salice


Titolo: Keep Waiting
Autrice: Tessa M. Salice
Editore: Self-publishing


Quando due esseri alati si scontrano, Nina è l’unica a poterli vedere.
Chi sono i Veglianti, i misteriosi viaggiatori in grado di trascendere il tempo e lo spazio? E perché quegli esseri chiamati Unseelie le danno la caccia?
Le ombre di un passato a lei sconosciuto e i pericoli di un futuro incerto, non le impediscono di lottare per conquistare un amore perduto e ritrovato, quello per Allan, disposto a tutto pur di difenderla.
Perché nulla, quando viaggia nel tempo, è come sembra. Tutto può cambiare.

Dal libro

«Desidereresti rinunciare a questo momento?» le sue mani risalivano dalle spalle al mio viso, accarezzandomi. «Farò in modo di mantenere le distanze, desiderarti mentre non sono osservato. Ti salverò, anche a costo di dannarmi.»

«Tutto bene oggi?»
Il nonno aggrottò la fronte.
«Nessuna muffa tossica in negozio, nessun giro di acidi, droghe, spaccio di cibo avariato, fughe di gas… no?» Mi feci più vicina. «Tutto regolare?»
«Ti sei ammattita?»


In anteprima inoltre vi lascio le prime pagine del romanzo!

24/07/1935, Prologo

«Non dovrai amarla né toccarla. Non potrà più essere tua.»
Il ragazzo si portò una mano sul cuore e disegnò una croce. Poi abbassò lo sguardo,
puntandolo sulle scarpe del suo interlocutore, riconoscendo la verità nelle sue
parole. «Lo so.»
«Se necessario dovrai dimenticarti di lei.»
«È impossibile.»
«Potrebbe diventare necessario.»
Il ragazzo digrignò i denti. «Non ci riuscirò.»
«Vuoi salvarla?» gli occhi verdi dell'uomo luccicavano.
Il ragazzo annuì.
«Allora fa’ come ti dico.» Gli appoggiò una mano sulla spalla e applicò una leggera
pressione. «So cosa si prova, ci sono passato prima di te. Un giorno forse potrai
tornare a vivere.»


Nina: Inizio

Il giorno in cui scoprii di poter viaggiare nel tempo giunse inopinatamente,
sconvolgendo la mia esistenza. Qualche settimana prima l’eventualità che potesse
accadere qualcosa di simile mi avrebbe sorpreso, in positivo.
Quel sabato, invece, quello in cui la mia vita cambiò, mi aveva lasciato l’amaro in
bocca.
Tutto era cominciato il giovedì precedente.
Alle sette e quarantacinque mi trovavo a Molino Dorino, schiacciata in un vagone
della metropolitana al fianco di un uomo che puzzava di sudore e una donna che
batteva ritmicamente il piede contro la mia caviglia.
E la musica che ascoltava non doveva essere classica.
Scesi alla mia fermata, incamminandomi velocemente verso le scale mobili. La folla
era così pressante che avrei potuto sollevare le gambe e lasciarmi trascinare. Un
giorno dovrò provarci, pensai. Chissà come mai le idee migliori mi venivano quando
riposavo poco.
Passai la tessera sul tornello e sospirai.
Piazza Duomo quella mattina era più affollata del solito.
I piccioni erano riuniti in gang di dieci o venti, pronti a sferrare il loro attacco
mortale di escrementi e piume. Lì, immobili sulla statua equestre di Vittorio
Emanuele II, attendevano i primi turisti nella speranza che facessero delle foto con
loro.
Imboccai via Orefici per raggiungere il luogo dell'incontro.
All’esterno di Arnold's coffee, una ragazza dalla carnagione chiara e lunghi capelli
biondi batteva l'indice contro le cosce a ritmo di musica.
Amelia Dono.
Eravamo molto diverse e tra le due non avrei saputo dire chi fosse la più strana.
Alle superiori, Amy era arrivata in classe sventolando un diario mezzo consunto,
che doveva appartenere a sua nonna, e mi aveva costretto a dormire da lei molte
notti nel tentativo di decifrarlo.
Purtroppo, ammesso che il diario fosse di sua nonna –era ancora un argomento
tabù–, era così rovinato e le scritte così sbavate che ci eravamo dovute arrendere.
Amelia era la classica ragazza sicura di sé, che sapeva quel che voleva. Non a caso
era sempre lei a trascinarmi da qualche parte la sera e a organizzare i miei
compleanni.
Non che non ne fossi capace, sia chiaro, ma odiavo dover festeggiare qualcosa che
mi avvicinava di anno in anno alla morte.
Amy si tolse gli auricolari e mi lanciò un'occhiataccia.
«Cosa nel periodo: domani alle otto e mezzo, ti prego sii puntuale, non ti era chiaro?»
«Avanti Amelia, ho tardato solo di cinque minuti.» E per giunta il locale era ancora
vuoto.
Arnold era una tipica caffetteria americana, uno dei locali che qualsiasi studente,
universitario e non, almeno una volta nella vita aveva provato.
Non ero un’amante del caffè, avevo una strana relazione con l’espresso, ma
adoravo gli intrugli.
Seguii Amy all’interno, gettando lo sguardo sul menù alla mia sinistra. Avrei
comprato qualcosa di ghiacciato al caramello.
Adoravo i dolci, invece.
Amelia mi aveva soprannominato "castorino" perché quando fiutavo zucchero, la
mia faccia si gonfiava e il labbro superiore sporgeva, come per un bacio.
Cariche di cibo ci accomodammo su un tavolo all'ultimo piano.
Amy addentò un muffin alla vaniglia e io la osservai invidiosa di quell'appetito.
La sera prima avevo costretto Dante a mangiare thailandese e il mio stomaco non
doveva averlo gradito molto, se ancora rifiutava di digerire il cibo che io
amorevolmente avevo comprato per lui.
Sospirai, spostando lo sguardo sulla mia amica che ora mi fissava intensamente.
«Come stai?»
Un paio di giorni prima mio nonno si era sentito male. Amy aveva passato quasi
tutta la notte con me al pronto soccorso, mi aveva preso della cioccolata calda alla
macchinetta e mi aveva costretto a berla, contro la mia volontà.
Alla fine, mentre io piangevo e lamentavo la sicura dipartita di Dante, un medico si
era avvicinato e mi aveva sorriso. Poi con una espressione mista, tra il divertito e il
dispiaciuto, mi aveva detto: «È solo una congestione, stia tranquilla.»
Persino una perfetta sconosciuta mi aveva con delicatezza accarezzato i capelli.
Scrollai le spalle. «Tiro avanti.»
Amy prese una mia mano tra le sue. «Sai che per qualsiasi cosa io ci sono.»
Sorrisi e ricambiai la stretta. Lo sapevo, come capivo anche che il nonno non
sarebbe rimasto per sempre al mio fianco.
Come l’avevano capito anche tutti quelli sul mio stesso piano in ospedale, pensai.
«Amelia, Nina!» Una ragazza dai capelli castani corti e le ciocche rosa aveva
occupato un posto al nostro tavolo, di fronte a me.
Una nostra vecchia compagna di liceo con cui talvolta ci capitava di uscire insieme.
Non era mai stata una compagnia piacevole, ma a modo suo sapeva farmi divertire.
Come quella volta in cui stavamo dormendo a casa di Amy e a Nice era venuta la
pessima idea di improvvisare una seduta spiritica. Avevamo preparato tutto con
cura: le candele, la tavola, gli incensi, ma c'eravamo dimenticate di spegnere i nostri
cellulari.
Fu così che nel momento in cui avevamo cominciato a sussurrare la nostra litania, il
mio telefonino aveva squillato inondando la stanza con la musica di Profondo Rosso.
Quando lo misi in silenzioso e guardai le mie amiche, Berenice era svenuta.
«Ehi Nice» la salutai ricambiando i baci di saluto. «Non ti aspettavamo.»
«Ieri, al telefono, Amy ha detto che avreste fatto colazione qui e ho pensato di
raggiungervi.» Si appoggiò una mano sul cuore e sospirò rumorosamente. «Nina
tesoro, ho sentito cos'è successo a Dante, sono super super super dispiaciuta. Non
disperarti, ha vissuto una lunga vita.»
«Berenice!» la redarguì Amy. «Perché qualche volta non colleghi la bocca al
cervello?»
La ragazza si portò una mano sulle labbra e assunse un'espressione affranta. «Ho
avuto poco tatto, vero?»
«Tu che dici?»
Decisi che non avrebbero dovuto litigare, così feci loro da paciere. «Va tutto bene
Amy, non preoccuparti.»
Dimentica in fretta dell’accaduto, Nice trascorse il quarto d'ora seguente a
ricordarci che sabato sera aveva organizzato una festa e non potevamo in nessun
modo mancare, neanche se ci scappava il morto.
Sapevo che non parlava con cattiveria, eppure a volte la sua superficialità rasentava
la deficienza. Ignorandola, presi il cellulare e controllai le mail, lasciando ad Amy
l'arduo compito di parlarle.
Un messaggio di Dante mi chiedeva di raggiungerlo prima delle dieci. Colsi
l'occasione al volo.
«Io devo andare, il nonno mi cerca.»
Amy prese la borsa e sorrise, grata di aver ricevuto una via di fuga.
Nice, invece, non si demoralizzò. «Tesoro io vengo con te, mia madre voleva un bel
quadro da appendere in salotto, qualcosa di verde a puntini colorati.»
«Un campo di fiori magari?» la canzonò Amy, rispondendo al mio sguardo con
un'alzata di spalle che voleva dire: "È insopportabile, dai".
«Esatto.» Nice afferrò il cellulare e mi sorrise. «Andiamo?»
A malincuore salutai la mia migliore amica e seguii Berenice.
I pedoni più tranquilli passeggiavano lungo il marciapiede; quelli di fretta
cercavano di attraversare la strada prima che il semaforo scattasse e diventasse
verde. I più temerari, infine, attraversavano con il rosso ancora sgargiante e
minaccioso, correndo verso la salvezza per non essere investiti dai tram.
Amavo quella città, ma c'erano delle volte in cui mi sentivo soffocare.
Come in quel momento.
Maggio era arrivato da poco, la primavera cominciava a rallegrare il grigiore della
città e le temperature si erano finalmente alzate. Tutto questo aveva comportato
l'arrivo spropositato di una massa di turisti da ogni parte del mondo, per lo più
giapponesi.
Ero certa che scattassero tutte quelle foto per ritrovarsi un giorno, da anziani, e
giocare al “celo celo manca”.
Finalmente uscite da via Orefici, potevo vedere la maestosità del Duomo in tutto il
suo splendore.
La magnifica costruzione che sorge sulla vecchia Basilica Vetus e che ha una storia
curiosa alle spalle. Racconta la leggenda che, una notte, il Diavolo apparve in sogno
a Gian Galeazzo Visconti e minacciò di dannarlo.
“Voglio la tua anima a meno che non tu costruisca una chiesa con la mia effige”.
E così fu, poiché Gian Galeazzo si accordò in fretta per la costruzione di questo
edificio sacro, di cui non ha mai visto –per ovvie ragioni secolari– la fine.
Tuttavia, delle oltre tremila statue presenti, ben novantasei doccioni raffigurano
esseri demoniaci.
No, non vi è nulla di satanico.
Ovviamente bisogna contestualizzare: la Lombardia ha subito il fascino del gotico
internazionale. Il folclore, il mito e la leggenda avevano fatto il resto.
Questo era ciò che avevo creduto e saputo fino a quella mattina, perché nel
momento in cui alzai lo sguardo sull’imponente chiesa… li vidi.
Lì, al centro della piazza, due tizi mascherati camminavano venendosi incontro.
Uno aveva un paio di ali bianche, l'altro nere. Del secondo la circostanza più bislacca
non erano però le sue estremità scure, ma due piccole corna porporine dalla forma
caprina.
Demoniaca.
Mi chiesi se poteva trattarsi di un cosplay.
Io e Nice ci eravamo avvicinate abbastanza da vedere gli sguardi di fuoco che si
lanciavano. Guardai la mia amica con la coda dell'occhio sorpresa che non li avesse
ancora presi in giro.
Era così distratta che stava per urtarli.
Le afferrai il braccio e la bloccai, indicando i due uomini.
Lei alzò un sopracciglio. «Sì Nina, il Duomo è cinque secoli che sta lì fermo. Non si
è mai mosso.»
Aprii la bocca per rispondere, ma la voce si bloccò.
I due si erano lanciati l'uno contro l'altro. Quello con le ali bianche aveva afferrato
un oggetto appuntito e lo aveva conficcato nel braccio dell'altro.
Portai le mani alla bocca. Perché nessuno interveniva?

Continuate a leggere le prime pagine del romanzo QUA!!!

Il Booktrailer del romanzo!!!





Link Utili ^_^

Pagina fb ufficiale del romanzo: https://www.facebook.com/keepwaitinglibro

profilo twitter di Tessa M. Salice: https://twitter.com/TessaMSalice

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